Dalla singola immagine alla narrazione: appunti di una lettura portfolio

ll Cavaliere di San Biase (associazione locale) in collaborazione con il collettivo WSP Photography ha organizzato una due giorni di fotografia, con annessa lettura portfolio gratuita con Antonio Faccilongo, Fausto Podavini e Lucia Perrotta.

Prenoto la mia lettura portfolio, dal momento che una delle mie (tante) lacune in fotografia è sempre stata la costruzione di un portfolio. Mi è sempre parso che le mie foto non raccontassero una storia. Ne mai ho fatto visionare i miei lavori da un fotografo. Riesco ad ottenere una lettura portfolio con Antonio Faccilongo e Fausto Podavini.

Antonio Faccilongo e Fausto Podavini sono due fotografi romani che hanno vinto il World Press Photo Story of the Year, il premio ddedicato a una storia di grande effetto su una questione di rilevanza giornalistica. il primo lo ha fatto con con Habibi, un reportage sul contrabbando di sperma nelle carceri israeliane da parte dei detenuti palestinesi e delle loro famiglie, che vogliono preservare i loro diritti riproduttivi. il secondo, Podavini, lo ha vinto con MiRelLa, un lavoro, durato quasi quattro anni, sull’Alzheimer.

Nei giorni antecedenti all’incontro seguo le lezioni online di Alberto Selvestrel, organizzate dalla Fujifilm School. Selvestrel, tra l’altro, in quei giorni era proprio in Molise per l’organizzazione di una mostra che sarebbe stata inaugurata il sabato successivo. il tema delle sue lezioni era la narrazione e costruzione di una sequenza di immagini. Dal fotografo piemontese ho appreso l’importanza di andare oltre la singola immagine, parole che andavano di pari passo con queste:

Non limitatevi allo scattino.

Oliviero Toscani

Ogni foto racconta una storia? Quante foto ci vogliono per raccontare una storia?

A questa domanda avrei avuto risposta il giorno seguente in un convegno del Festival della Fotografia Nomade:

Spesso una foto sola racconta varie storie, e, al contempo, varie foto possono disegnare una linea di lettura.  

Augusto Pieroni

Da Pieroni ho appreso che l’attenzione e la cura che dai al tuo lavoro è l’attenzione e la cura che gli altri daranno al tuo lavoro.

Ho cercato di costruire una narrazione fotografica partendo da una fotografia e scattando altre immagini tenendo bene a mente quella di partenza (su consiglio di Alberto Selvestrel), cercando quindi una connessione tra loro. Ho deciso di costruire una narrazione incentrata su un dettaglio: ho notato (al momento dello scatto non ci avevo fatto caso) che in due fotografie fatte lo scorso autunno (foto 6-7 da leggere da sinistra verso destra) riguardanti degli scorci panoramici, vi era un filo della corrente che accomunava entrambi gli scatti. Proprio il fatto che bisogna essere indotti a cogliere questo particolare sarà l’aspetto debole della narrazione, come sottolineerà Fausto Podavini durante la lettura portfolio. Ma andiamo per ordine.

Nei giorni precedenti all’incontro con i due vincitori del World Press Photo, ho costruito la mia storia sui fili della corrente presenti nel mio paese e nel paesaggio circostante. Ho quindi presentato un progetto ex novo: non una raccolta, bensì scatti di un pomeriggio.

Giocare sulle distanze

Il primo consiglio di AntonioFaccilongoè stato quello di giocare sulle distanze: presentare uno scatto e subito dopo un altro che è uno zoom del precedente (es. foto 8,9-10,11 da sinistra verso destra), era qualcosa di cinematografico, ma di cui non vi è bisogno in in fotografia, poiché non vi è la necessità di andare per gradi. Non bisogna introdurre l’elemento un po’ alla volta, si può buttare lì e basta. Nel complesso, il progetto non è stato bocciato, anzi, sono stato invogliato a continuarlo, provando ad aggiungere, ad esempio, una lunga esposizione di notte.

Un aspetto interessante riguarda la foto n.5: quello che per me era lo scatto migliore, poiché vi è tutto (paesaggio naturale, paese, palo della corrente) introducendo la sequenza nel borgo, era per lui lo scatto che funzionava di meno. L’idea di introdurre il paese sarebbe potuta essere anche giusta, ma scegliendo uno scatto diverso, migliore. L’ultima foto della serie invece è stata apprezzata. Mi ha consigliato poi di non badare all’uso dei filtri, perché se c’è una scia luminosa che è nella fotografia paesaggistica è considerata una “sporcizia, nella fotografia di reportage, può anche rappresentare un valore aggiunto (difatti egli ha ammesso di non aver mai fatto uso di filtri).

La domanda (lungimirante?) di Antonio Faccilongo

L’aspetto più importante del confronto però è stata una sua domanda, o osservazione che dir si voglia: egli mi ha chiesto se mi fossi mai posto il pensiero di diventare un fotografo documentarista. Io ho risposto di no, perché mi sono sempre sentito vicino alla fotografia di paesaggio. La mia fotografia è sempre stata tesa alla valorizzazione del paesaggio. Sono stato spinto a fotografare per immortalare la bellezza del paesaggio. La mia visione di fotografia è sempre stata quindi legata alla positività e non di denuncia di una condizione negativa, come capita nei reportage.

Tuttavia, la sua domanda, che potrebbe essere una provocazione o una visione, mi ha fatto sorgere molti dubbi. Ora non mi vedo più così lontano da quel mondo. anzi, mi ha aperto un mondo. Ho capito che per me la fotografia è sempre stata documentazione, oltre che emozione. Questo accade perché, a volte, a fare la differenza, non è tanto la domanda, ma chi te la pone e come te la pone. la lungimiranza e l’esperienza della persona che hai davanti.

Il tema non deve essere esplicito: i consigli di Fausto Podavini

La lettura con Fausto Podavini non era iniziata nel migliore dei modi. Egli mi ha bocciato la narrazione legata al filo, vedendo il tutto un po’ troppo forzato. In realtà era questa anche la mia sensazione. Ho portato un progetto nato solo pochi giorni prima ancora era acerbo e forzato, ma avevo bisogno di capire se questa era la strada giusta per avere una narrazione.

Hai la fortuna e la sfortuna di fotografare un paesaggio così bello che l’attenzione dello spettatore va alle linee del passaggio, al cielo e non al filo che vuoi sottolineare.

Fausto Podavini

Un particolare poi riguarda la foto n.3, in cui secondo il pluripremiato fotografo, avrei potuto abbassare il filo sull’orizzonte per avere una composizione migliore. A proposito di composizione, ha aggiunto che le foto nel complesso hanno una buona composizione, ma è la sequenza che non funziona perché incentrata su un dettaglio che non si nota.

Ho spiegato a Podavini come la scelta di un tema, di un filo conduttore, rientrava nella necessità di trovare un elemento che legasse le immagini. Ho a quel punto mostrato ad egli un mio portfolio (realizzato con Saal Digital, ve ne parlato ho qui).

La fotografia è libertà

Inizialmente non avevo scelto di mostrarlo perché era semplicemente una raccolta dei miei migliori scatti paesaggistici in cui non vedevo una narrazione; singoli scatti slegati. Nel fare uno scatto non avevo in mente di legarlo ad un altro, per creare una sequenza. Pensavo che questo fosse indispensabile, fosse la chiave per costruire una storia.

Podavini, però, ha detto di trovare più narrazione in questo portfolio in cui racconto la mia terra, in cui il filo conduttore è il paesaggio, che in quello precedente, perché l’elemento comune (che può essere il filo) non deve per forza essere sempre presente (esplicito).

Egli ha chiuso la lettura portfolio dicendomi che bisogna sentirsi liberi quando si fotografa, incoraggiandomi ad andare avanti. E la libertà per me è scattare il paesaggio senza andare alla ricerca di un elemento comune.

E così, attraverso una serie di lodevoli iniziative, il Molise mi ha offerto la possibilità di studiare, produrre e far visionare il mio portfolio.

Una terra che non offre di suo grandi possibilità, nel giro di pochi giorni, sembrava essere il centro della fotografia.

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Ogni progetto creativo nasce da una scelta, prima ancora che da un’idea

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Album portfolio Saal Digital: perché stampare le nostre fotografie