Fallire è la cosa migliore che ci possa succedere

Abbiamo messo il fallimento nel punto sbagliato del percorso.

Per molto tempo ho creduto che ogni progetto dovesse nascere nel momento perfetto.

Prima dovevo acquisire nuove competenze. Poi acquistare l’attrezzatura giusta. Poi aspettare il momento migliore. E solo allora avrei potuto iniziare. Senza accorgermene, passavo più tempo a prepararmi che a fare. Solo dopo ho capito una cosa: non c’è chiarezza senza esperienza. Alcune risposte non arrivano riflettendo, ma facendo. Ci sono cose che non si comprendono per rivelazione, ma per esecuzione.

Gli errori mi hanno costretto a trovare soluzioni, a cambiare strada, a imparare competenze che non avrei mai acquisito se tutto fosse filato liscio. È stato allora che ho iniziato a guardare il fallimento con occhi diversi.

La creator economy ci racconta una storia diversa da quella che vediamo sui social

Sui social network siamo abituati a vedere solo chi ce l’ha fatta. I creator che pubblicano numeri straordinari, collaborazioni importanti e fatturati da capogiro. È facile pensare che il successo sia la normalità e che il fallimento rappresenti un’eccezione. Ma i dati raccontano un’altra storia.

Secondo un’analisi riportata da Andrea Girolami nella newsletter Scrolling Infinito, il 10% dei creator concentra circa il 62% dei pagamenti dell’intero settore, mentre l’1% trattiene oltre il 20% delle transazioni. In un mercato così polarizzato, i risultati sono estremamente difficili da prevedere e il margine di rischio è elevato, tanto per i creator quanto per chi decide di investire su di loro.

Questo significa una cosa molto semplice: in un contesto del genere il fallimento non rappresenta la fine del progetto. È parte integrante del percorso. Ogni tentativo che non produce il risultato sperato diventa un’informazione utile per il tentativo successivo.

Forse il problema è che abbiamo collocato il fallimento nel punto sbagliato della percorso.

Il fallimento non è il contrario del successo

Siamo cresciuti con l’idea che il fallimento sia il punto finale di un cammino.

E se fosse invece il suo inizio?

Nel celebre discorso pronunciato ai neolaureati di Harvard nel 2008, J.K. Rowling raccontò che il fallimento l’aveva costretta a spogliarsi di tutto ciò che era superfluo, permettendole di concentrarsi su ciò che contava davvero. Aggiunse anche una riflessione che continua a colpirmi: è impossibile vivere senza fallire in qualcosa, a meno di vivere con una prudenza tale da non vivere davvero.

È una lezione che ritrovo anche nelle storie raccontate dalla Bibbia. Dio non sceglie persone perfette, ma persone disponibili. Nessuno di loro era perfetto: Mosè era impacciato nel parlare, Elia attraversò momenti di profondo scoraggiamento, Giuseppe conobbe il carcere prima di diventare governatore d’Egitto. Nessuno di loro era il candidato ideale secondo i criteri umani. Eppure è proprio attraverso le loro fragilità che la loro storia ha preso forma.

Spesso aspettiamo di avere tutte le risposte prima di iniziare. In realtà molte risposte arrivano soltanto dopo aver mosso il primo passo. La passione non nasce sempre all’inizio. Molto spesso nasce nel processo. Per questo il vero ostacolo non è il fallimento. È il perfezionismo.

Per riflettere su questo argomento, ho preso in esame un podcast cristiano, un libro di psicologia, un discorso tenuto a Harvard e un articolo sulla creator economy, e tutti, con parole diverse, arrivavano alla medesima conclusione. Il problema non è sbagliare. Il problema è aspettare di sentirsi pronti.

Nel libro La trappola della felicità, lo psicoterapeuta Russ Harris spiega che soffriamo quando la realtà che desideriamo è troppo distante da quella che stiamo vivendo. Più grande è la distanza tra aspettative e realtà, maggiore sarà la sofferenza.

Molti di noi sono convinti che essere estremamente severi con se stessi sia il modo migliore per ottenere risultati. Nel breve periodo può perfino funzionare. Nel lungo periodo, però, il prezzo è spesso molto alto: ansia, stress, senso di inadeguatezza, esaurimento emotivo. La verità è che il perfezionismo raramente coincide con la ricerca dell’eccellenza. Molto più spesso coincide con la paura del giudizio.

Joyce Meyer, nel libro Spera in grande, usa un’immagine che mi ha colpito molto. Dice che, nei momenti difficili, tendiamo a guardare verso il basso: ai problemi, agli errori, alle paure, a ciò che abbiamo perso. Ma è impossibile trovare speranza continuando a fissare il terreno. “Guardare in alto” significa scegliere di non lasciare che la paura diventi il punto di vista da cui osserviamo la nostra vita.

Questo pensiero mi ha ricordato anche un passaggio delle Metamorfosi di Ovidio, in cui il poeta latino, descrivendo la creazione dell'uomo, scrive:

"E mentre gli altri animali guardano la terra a testa bassa, [il Creatore] diede all'uomo un volto rivolto verso l'alto e gli ordinò di guardare il cielo e di sollevare gli occhi dritti verso le stelle."

Forse è proprio questa la differenza. Non negare le difficoltà, ma scegliere dove rivolgere lo sguardo. Alla fine mi sono reso conto che quello di cui avevo davvero paura non era fallire.
Era essere giudicato.
Oggi provo a ricordarmi una cosa molto più semplice. Non deve essere perfetto. Deve essere abbastanza buono da poter esistere. Perché un progetto imperfetto può migliorare.
Un progetto mai iniziato no.

Per anni ho pensato che il fallimento fosse il contrario del successo. Oggi penso che sia il suo insegnante.

Non possiamo impedire alla paura di bussare alla porta. Possiamo però decidere se lasciarle guidare le nostre scelte.

Non dobbiamo permettere ai fallimenti del passato di impedirci di tentare ancora. La nostra storia non determina il nostro destino.

E forse è vero ciò che scrive Israelmore Ayivor: «Posso farcela» è il padre di «Fatto».”
Il resto arriva camminando.




Bibliografia e riferimenti

Podcast

  • Giuseppe Punto, L’Officina dei Sogni:

    • Episodio 222 – Fatto è meglio che perfetto

    • Episodio 223 – La chiarezza arriva facendo

Libri

  • Joyce Meyer, Spera in grande.

  • Russ Harris, La trappola della felicità. Come smettere di tormentarsi e iniziare a vivere.

  • Ovidio, Metamorfosi, Libro I.

Articoli

  • Andrea Girolami, Quanti creator guadagnano davvero? I numeri che nessuno mostra, newsletter Scrolling Infinito.

  • Harvard Business Review Italia, Il valore del fallimento.

Discorso

  • J.K. Rowling, The Fringe Benefits of Failure and the Importance of Imagination, Harvard Commencement Speech, 2008.

Passi biblici

  • Ecclesiaste 9:10

  • Matteo 14:22-33

  • Isaia 40:31

  • Romani 5:3-5

  • Giacomo 1:2-4




Ti è piaciuto questo articolo?

C’è un fallimento che, guardandoti indietro, oggi consideri uno dei momenti più importanti della tua crescita? Commenta questo articolo con la tua esperienza e condividilo a qualcuno che sta aspettando il “momento perfetto”.

Avanti
Avanti

Il marketing dello zucchero