Proteggere la propria voce nell’epoca dei social

Creatività e identità nell’era dei social

La tecnologia non è neutrale. Negli ultimi anni è diventata sempre più persuasiva utilizzando un principio che in psicologia si chiama rinforzo intermittente positivo: la stessa dinamica delle slot machine. Like, notifiche, visualizzazioni arrivano in modo imprevedibile. A volte sì, a volte no. Ed è proprio questa incertezza che ci tiene incollati allo schermo.

Dietro le piattaforme social si nasconde un uso sistematico di neuroscienze, psicologia comportamentale e tecniche di growth hacking, pensate per:

  • Catturare attenzione;

  • Creare dipendenza;

  • Monetizzare le nostre emozioni.

Come ha raccontato Tristan Harris (ex Google, oggi Center for Humane Technology):

“I fondatori delle piattaforme avevano intuito fin dall’inizio di non vendere solo un servizio, ma un’illusione: quella di un nuovo modo di essere sociali. In realtà stavano costruendo macchine capaci di trasformare la vulnerabilità umana in profitto”.

Viviamo in un’epoca in cui possiamo esprimerci come mai prima, eppure rischiamo di rimanere imprigionati nell’immagine che scegliamo di mostrare.

I social, che dovevano connetterci, hanno finito per premiare l’esposizione continua, in cui la presenza diventa visualizzazione, l’approvazione diventa like e l’esperienza diventa contenuto.

Ogni selfie, ogni carosello di vacanze, ogni storia è una tessera del mosaico della nostra identità digitale. Ma quanto è reale questa immagine? Più modelliamo la nostra immagine per piacere agli altri, più rischiamo di perdere il contatto con noi stessi.

Il prof. Zygmunt Bauman, definiva la nostra come un’epoca di identità liquida: fragile, mutevole, continuamente rinegoziata sotto lo sguardo degli altri.

“Nella modernità liquida l’identità non si costruisce una volta per tutte, ma si consuma e si ricostruisce ogni giorno”.

Sui social questa fragilità diventa spettacolo permanente. Non siamo più chiamati a essere, ma a dimostrare di essere.

Il fallimento è parte integrante del successo

Viviamo in una società che rifiuta il fallimento: scuola del merito, competizione costante, aspettative esterne, giudizio continuo. Fallire viene vissuto come colpa personale, quando spesso è il risultato di sistemi che non mettono le persone nelle condizioni di riuscire. La paura allora diventa la bussola delle nostre scelte.

Non scegliamo ciò che ci rende felici, ma ciò che ci fa meno paura. Paolo Borsellino diceva:

“La paura è umana, ma va accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti.”

Nasce così la comfort zone: uno spazio che all’inizio protegge, ma che col tempo diventa una gabbia.

“La nave è più sicura nel porto, ma le navi non sono costruite per restare in porto.”

Il paragone che ci consuma

Oggi possiamo osservare milioni di vite perfette dallo schermo di un telefono.Il paragone è inevitabile. E il paragone diventa competizione.

Samuele Bersani lo racconta in una canzone:

“Se continui a paragonarti agli altri, finirai per essere la copia di mille riassunti”.

La paura del giudizio ci spinge a omologarci. Ma io non voglio essere una copia. Voglio essere una traccia.

Anche io mi sono perso dentro questo meccanismo. Mi confrontavo con youtuber professionisti, dimenticando che stavo paragonando i miei primi passi ai loro anni di esperienza. Poi ho visto un reel di una mia amica: parlava al suo diario delle paure del primo mese di università.

Era vero. Era fragile. Era umano.

E ho capito che quello era il tipo di video che avrei voluto fare io.

Non intrattenimento. Non performance, ma documentazione della vita.

Un diario visivo.

Ho pubblicato un reel con la voce di Zerocalcare e le immagini del lago di Occhito.

È andato bene, ma soprattutto mi rappresentava.

Ho deciso di pensare i miei canali come diari interattivi: luoghi dove condividere emozioni, paure, che sono anche quelle di altri.

Papa Giovanni XXIII scriveva:

“Non consultarti con le tue paure, ma con le tue speranze e i tuoi sogni”.

La paura è buio. Il coraggio è luce. E come diceva San Francesco:

“Tutta l’oscurità del mondo non può spegnere la luce di una sola candela”.

Essere se stessi non garantisce views. Ma garantisce dignità. Non è il numero che dà valore a un video, ma lo sguardo con cui riesci a guardarlo.

“Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno”.

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