Il giornalismo è morto? La differenza tra giornalista e creator

Per troppo tempo ci siamo sentiti dire che il mestiere del giornalista fosse in via d'estinzione. Ma è davvero così? E soprattutto: che differenza c’è oggi tra un giornalista e un creator?

Durante l’università, noi studenti abbiamo più volte fatto presente ad alcuni professori che altri docenti a lezione ci scoraggiavano apertamente, sostenendo che il giornalismo fosse un mestiere finito, senza prospettive.
Si trattava, per lo più, di giornalisti in pensione o docenti a contratto. Per cui, da un lato, questa visione può essere spiegata con la tendenza a considerare il passato migliore del presente.
Dall’altro, però, riflette una realtà concreta: la crisi dell’editoria. Non li biasimo. Erano realisti.
Ma cos’è la realtà? Una verità o qualcosa che può essere cambiato?

Immaginate noi studenti, pieni di aspettative, arrivati da tutta Italia.
Immaginate cosa significa essere fuori sede, con tutti i sacrifici che comporta — nel mio caso all’Università di Parma — e sentirsi dire, proprio da chi dovrebbe insegnarti quel mestiere, che stai inseguendo qualcosa destinato a scomparire. Ma è davvero così?

La crisi del giornalismo

La perdita di ruolo e prestigio del giornalista è una conseguenza diretta della disintermediazione operata dal web, dove chiunque può produrre contenuti: scrivere, fotografare, raccontare.
Prima la televisione, poi internet hanno accelerato questo processo, contribuendo a una progressiva svalutazione dell’informazione. In un certo senso, si potrebbe dire che la televisione abbia iniziato ciò che il web ha poi portato a compimento.

Internet, infatti, ha messo in crisi il modello economico tradizionale dei giornali, fondato sulla pubblicità, mentre i social media ne hanno progressivamente eroso il ruolo.
Oggi tutti possono commentare, raccontare, condividere. E in questo scenario il giornalismo fatica a riaffermare la propria specificità, spesso confuso o sovrapposto a fenomeni come il citizen journalism o con il mondo dei creator.

Dove finisce il creator e inizia il giornalista

La notizia segue una logica a stella: attorno a un contenuto principale si sviluppano formati diversi — video, immagini, audio.
E con la moltiplicazione delle piattaforme, è necessario adattare lo stesso contenuto a linguaggi diversi.

Per questo il giornalista contemporaneo somiglia a un creator:
scrive, parla in pubblico, gira video, scatta foto, monta contenuti, conosce SEO e analisi dei dati.

Ma la differenza resta profonda.

Alcuni giornalisti sono anche creator — come Johnny Harris o Francesco Oggiano — ma questo non li rende influencer.

Un giornalista può produrre contenuti, ma non può orientare il proprio lavoro in funzione della visibilità o delle collaborazioni.
Non può fare pubblicità occulta.
Deve rispondere a regole e responsabilità.

Gli influencer spingono una visione o un prodotto.
Il giornalista, invece, pone domande, verifica, costruisce contesto e stimola spirito critico.

Un caso emblematico è quello degli accrediti negli stadi. Nelle partite più importanti, molti giornalisti restano fuori per l’alto numero di richieste, anche perchè molte società tendono a privilegiare tendono a privilegiare creator e influencer. Questo accade perchè i creator hanno un enorme potere comunicativo: sono loro a intercettare l’attenzione e a dominare le piattaforme. Tuttavia, questo meccanismo rischia di mortificare la professionalità di chi svolge un servizio informativo, nel rispetto di regole, formazione e responsabilità. Per questo è necessario trovare un equilibrio tra apertura ai nuovi linguaggi e rispetto degli standard professionali.

Con il web, il giornalismo è diventato inutile e superato?

Il giornalismo non perde importanza: la rinnova.
Diventa un argine al flusso delle immagini, uno strumento per distinguere il vero dal falso in una realtà sempre più mediata. Siamo immersi in un flusso continuo di informazioni, spesso non filtrate.
Non conosciamo la realtà nella sua interezza, ma le sue rappresentazioni.
Il giornalismo torna così alla sua funzione originaria: mediare tra fonti e pubblico, offrendo affidabilità e contesto.
La domanda di informazione non è diminuita: si è spostata online.

La notizia oggi è frammentata, legata a fenomeni di condivisione (ascoltare una notizia alla radio, leggere un tweet o un commento sui social), ha bisogno di approfondimento, ricostruzioni e spiegazioni sul web: si va, quindi, alla ricerca di ciò da sempre caratterizza e definisce l’attività giornalistica.

Come aveva intuito il sociologo Thomas H. Eriksen.

La vera sfida del giornalismo di questi anni, infatti, è quella di difendersi dal 99,99% delle informazioni che ci vengono fornite e di cui non abbiamo bisogno e di sfruttare al massimo il restante 0,01%.

In questo senso, il parallelo con la fotografia è inevitabile.
Viviamo in un’epoca in cui vengono scattate miliardi di immagini ogni giorno.
Abbiamo ancora bisogno dei fotografi?
Non abbiamo bisogno dei fotografi esecutori. Per gli autori, la fotografia ci sarà sempre. Il mestiere del fotografo non esiste più, non esiste più avere uno studio. C'è la professione del fotografo. Vuol dire che un fotografo deve essere un filosofo, un pensatore, un politico, nel senso che deve appartenere ad una società e portare il suo contributo per il miglioramento della società. La fotografia non è morta, si evolve e sarà sempre più importante; la fotografia non è mai stata così importante come adesso, nella società dell'immagine.

Allo stesso modo, sta scomparendo il mestiere del giornalista ma si sta evolvendo in una professione che integra le competenze di più mestieri in senso tradizionale.
Il ruolo del giornale di carta si ridurrà nello spazio ma non nell’importanza, perchè l'approfondimento e la ricerca della verità ci saanno sempre.
Non abbiamo bisogno di chi si limita a riportare informazioni; abbiamo bisogno di chi le interpreta, le verifica, le racconta.
Con il web, non cerchi più un giornale per sapere cosa è successo, ma per sapere la lettura che ne fa un giornalista.

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